Netimologia: il libro che celebra e spiega le parole del digitale

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Un libro che narra di parole, di parole legate al mondo digitale. A volte puri neologismi, altre volte termini che rimandano a secoli addietro. Un incrocio tra un saggio filologico e un trattato hightech. Sembra il mio libro ideale. E, infatti, lo è…

Parlo di Netimologia* (titolo originale Netymology*) del britannico Tom Chatfield, uscito in Italia nell’estate del 2013 edito da Rizzoli-Etas (io però l’ho letto molti mesi dopo) e che ancora potete scovare sugli scaffali dei sempre più scarni settori “informatica” o “critica letteraria” (dipende da come gli girava al commesso) di qualche libreria.

NetimologiaCover
Copertina dell’edizione italiana di Netimologia.

Al solito, il sottotitolo italiano Da App a Zombie: il cybermondo in 100 voci, non rende giustizia, recitando, quello originale inglese: From Apps to Zombies: A Linguistic Celebration of the Digital World. Celebrazione linguistica, per l’appunto (bizzarramente la frase “Una celebrazione linguistica del mondo digitale”, traduzione integrale del sottotitolo inglese, compare nella quarta di copertina). A proposito del sottotitolo italiano, non è nemmeno del tutto corretto, in quanto il volume non è propriamente organizzato in 100 “voci”, bensì in 100 brevi “capitoli” ognuno dei quali affronta un tema specifico che spesso approfondisce il significato di più termini correlati. Ok, sto spaccando il capello in quattro. Però, se è vero che la nostra lingua non ha il dono della sintesi, è pure vero che la genìa dei “titolisti” nostrani (che siano di libri, di fascette o di articoli di giornale) sarebbe da mettere al bando…

Dunque, mi sono centellinato Netimologia capitolo dopo capitolo, assaporando l’ardito eloquio dell’autore, che alterna l’asciutta precisione nello snocciolare l’etimologia delle parole alla brillantezza nel narrare gustosi episodi e aneddoti. Piacevolezza e rigore, doti rare da questo versante delle Alpi…

Col senno di poi, sarebbe forse stato meglio acquistare il libro in lingua originale, così ne avrei apprezzato appieno la serie di giochi di parole e di spiegazioni intimamente legate alla lingua inglese. Ma bisogna ammettere che il traduttore Francesco Ubbiali ha fatto proprio un buon lavoro, disseminando il testo di opportuni n.d.t. con cui ha citato le parole originali inglesi utili di volta in volta a chiarire la genesi dei termini in oggetto.

Potrei soffermarmi su alcune delle parole che più mi hanno stimolato, ad esempio: geek, tag, blog, wiki, emoticon, l33t, transhuman, bug, sockpuppet, hacker, LOL… Preferisco invece citare qualche passaggio dal capitolo 22 intitolato L’avvento dei geek in quanto esemplificativo di come l’autore sviscera le singole tematiche.

geek deriva dall’antico tedesco, lingua in cui geck indicava un pazzo o uno stupido. […] Nella subcultura delle fiere popolari del XIX secolo, i geek erano considerati marginali persino tra gli esclusi ed erano noti per le loro bizzarrie […]. Nei primi circhi viaggianti americani, di solito il geek show comprendeva qualcuno che staccava a morsi e poi divorava le teste di polli vivi. […] Giunti agli anni Ottanta del secolo scorso […] il termine ha trovato una nuova vita in America come etichetta per ragazzini socialmente goffi e ossessionati dai nuovi dispositivi tecnologici. […]
Quando una generazione di giovani esperti di tecnologia ha iniziato a creare i primi milionari – e poi miliardari – di Internet, l’incredibile è successo: i geek hanno cominciato a diventare attraenti. […] È interessante notare che la supremazia del termine geek si è realizzata almeno in parte a spese di un’altro vocabolo utilizzato per descrivere i soggetti tecnologicamente dotati ma inetti dal punto di vista sociale: nerd, [termine] recepito nello slang con il senso di un soggetto marginale e fuori moda.

Confesso che ero stato tentato di autodefinirmi (tra le altre cose) un geek, ma la lettura del libro di Chatfield mi ha persuaso a optare per un più criptico (almeno in Italia) IT Guy

Prima di chiudere non posso non citare il capitolo 54: TL;DR – Troppo lungo da leggere perché da un lato è paradigmatico delle esigenze di sinteticità di Internet e dall’altro perché rappresenta un paradosso per chi, come me, ama le parole e la scrittura. Spiega Chatfield:

I cinque caratteri stanno per la frase Too long; Didn’t Read (Troppo lungo; non ho letto) e vengono tradizionalmente utilizzati come risposta a un commento o a una discussione troppo lunga in un dibattito online (oppure come modo umoristico per chiedere a qualcuno di smettere di sbrodolare e venire al punto).

Il capitolo contiene anche spiegazioni di alcuni altri fantastici acronimi.

RTFM che sta per Read The Fucking Manual (Leggi il maledetto manuale):

dedicato all’idea che qualcuno dovrebbe leggere attentamente i testi importanti prima di unirsi a un dibattito

GIYF che sta per Google Is Your Friend (Google è tuo amico) oppure la variante meno educata JFGI che sta per Just Fucking Google It:

che intende suggerire che le persone dovrebbero guardare bene qualcosa prima di fare domande ovvie

Insomma, come chiosa l’autore, con virtuosistica sintesi:

Dire troppo e capire poco: due comportamenti che possono essere difetti fatali online.

NetymologyCover
Copertina dell’edizione originale inglese di Netymology.

Ho scovato in rete una fantastica recensione a Netimologia (che consiglio di leggere) fatta dalla linguista e traduttrice Licia Corbolante sul suo preziosissimo sito Terminologia etc.. L’edizione del libro è quella in lingua originale, e non poteva essere altrimenti. Notate, tra l’altro, l’assonanza tra la copertina inglese e l’immagine tag cloud like che identifica il sito…

Se, quanto al legame tra parole e mondo digitale, Netimologia è il mio libro ideale, Terminologia etc. è il mio sito ideale. Punto. Tanto per dare a Cesare…