Indagine al Petrolchimico: storia di un’ossessione

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Anche a Pesaro la presentazione di Marea tossica, tenutasi il 7 novembre alla Libreria Campus Mondadori Bookstore, è stata per me una grande festa, con tanti amici che hanno affollato la sala, ripagandomi così delle fatiche della lunga gestazione del romanzo.

Antonino Di Gregorio di paroledarancio si è rivelato un padrone di casa impeccabile, abilissimo a far parlare il sottoscritto, a volte ponendo domande “difficili” che per rispondergli mi ci sarebbe voluto un pomeriggio intero. Le conversazioni sono state intervallate dalle coinvolgenti letture di brani dal romanzo da parte di Francesca Ferrante.

Antonino ha iniziato subito con un impegnativo «Come sei arrivato a scrivere?» e così ho tentato di sintetizzare il lungo percorso che dalle prime esperienze narrative di oltre vent’anni fa mi ha portato alla scrittura dei racconti del commissario Aldani e infine alla vittoria al Torneo IoScrittore e alla pubblicazione di tre romanzi con TEA.

Abbiamo poi affrontato il complesso rapporto tra editor e autore. Mi sono soffermato in particolare sulla difficoltà per uno scrittore nell’operare eventuali “tagli” di brani o di scene in una faticosa contrattazione con l’editor. Nel caso di Marea tossica, la cui stesura iniziale era davvero corposa, ho dovuto in effetti fare delle scelte, ma c’è un brano su quale non ho avuto mai dubbi, un brano che pure aveva diviso i miei beta reader, cioè quella che ho soprannominato la “discesa agli inferi” e che consiste in una dettagliata descrizione degli impianti del Petrolchimico (se n’è parlato, non poteva essere altrimenti, anche alla presentazione del 25 ottobre a Mestre). In merito a quel brano, fortunatamente, non ho avuto bisogno di “contrattare” con il mio editor…

A un certo punto Antonino ha lanciato il macigno: «Com’è scrivere un giallo?». Ne ho approfittato per disquisire di incipit in media res, di pianificazione della trama, di canoni del genere, di scalette, di storie che una volta superato il 60% della stesura tendono a procedere da sole, e soprattutto dei lettori di gialli che io definisco “professionisti” i quali sono attentissimi ai dettagli e non perdonano il minimo errore (e non mi riferisco soltanto ai pur disdicevoli refusi). Gli svarioni che sono “entrati” nel primo romanzo della serie li ho per fortuna potuti sistemare nella nuova edizione di Acqua morta uscita lo scorso giugno.

«I lettori “professionisti” si arrabbiano parecchio quando leggono di coincidenze che aiutano un po’ troppo la storia» ha osservato poi Antonino con fare ammiccante. Un vero e proprio assist per parlare dell’effetto deus ex machina, cioè la tentazione di risolvere una storia che non si riesce a far procedere infilandoci un qualcosa calato dall’alto che risolve tutto. Sono anche ritornato sul tema editor più che altro per evidenziare due “fisse” (lo dico con benevolenza, anche perché da un pezzo le ho fatte mie…) tipiche della categoria: i famigerati avverbi in “mente” e le ripetizioni (di parole e di locuzioni, ma anche assonanze, cacofonie, ecc.) che se ti scappano l’editor comincia a dare in escandescenze. Se poi nel testo infili più di un punto esclamativo o più di tre puntini di sospensione di seguito, be’, sei un autore finito… 🙂

Affondo di Antonino: «È vero che è così semplice scrivere testi semplici?». Io ho contrattaccato definendo l’asserzione una leggenda metropolitana. Ho fatto l’esempio del dialogo, a me molto consono: più sembra naturale e più ci si è dovuto lavorare sopra. In sintesi, scrivere semplice è difficilissimo, cioè sembra facile ma non lo è.

Dopo la lettura da parte della bravissima Francesca di un brano contenente alcune frasi in veneziano, Antonino ha commentato che «il dialetto nei romanzi gialli sta diventando una caratterizzazione ricorrente, quasi un vezzo». Ho subito ribadito che il mio non è un vezzo e che le battute in dialetto le considero funzionali alla storia. «Chissà come giudicano quelle battute coloro che quel dialetto lo parlano», ha rincarato Antonino. Quasi una provocazione. Mi sono così lanciato in un lunga disquisizione sull’uso (molto moderato in verità) del dialetto nei miei romanzi, giustificandolo con esigenze di verosimiglianza: certi miei personaggi non potrebbero non parlare in dialetto, per quello il suo utilizzo è funzionale alla narrazione. Piuttosto, trovando defatigante cercare il giusto compromesso nella grafia dei termini, mi sono dato delle mie regole omogenee e coerenti. Al di là della grafia, il problema al solito è la verosimiglianza, pertanto mi avvalgo della collaborazione di un’amica veneziana doc che provvede a bacchettarmi ogni volta che metto in bocca a un veneziano una frase sbagliata. Responso tipico: “la frase è corretta però un veneziano non la direbbe mai”. Grazie… 🙂

Il problema è che io conosco il mestrino, ma il mestrino non è uguale al veneziano. In altri termini a Venezia si parla il veneziano, in terraferma il “campagnolo” per cui devo stare attento a scrivere ti xe mato al posto di te si mato. Cose così, insomma…

Antonino ha voluto entrare nel merito del romanzo, e lo ha fatto partendo dalla mia Nota dell’autore. «Perché un romanzo sul Petrolchimico?» mi ha infine chiesto. Che dire, perché quell’enorme stabilimento, così come Porto Marghera, fa parte della mia vita, mi è rimasto dentro e il romanzo si è dimostrato un modo per chiudere i conti. Era il momento per spiegare al pubblico di cosa stavamo realmente parlando, e così ho fatto, ricordando le folate tossiche che arrivavano se girava il vento, di quando si andavano a vedere le luci e le fiamme degli impianti, di come ricostruire la “geografia” del Petrolchimico fosse diventata la mia ossessione. Non è un caso se la prima frase della Nota autore è: “Questa è la storia di un’ossessione.”

Francesca ha poi letto alcuni brani tratti proprio dalla “discesa agli inferi”, quella lunga sequenza descrittiva sopravvissuta intatta alle scuri dell’editor cui accennavo pocanzi. Una descrizione che non poteva essere scritta che in quel modo per “ricostruire” il Petrolchimico. A questo punto Francesca è intervenuta nella discussione.

«Quando dovevo scegliere i brani da leggere, su questo pezzo ero incerta perché è descrittivo e non è facile tenere desta l’attenzione con un pezzo descrittivo – difatti un po’ l’ho tagliato – è più facile se si descrive un’azione. Ci ho pensato molto ma poi l’ho voluto fortemente, dunque sono una di quelle persone convinte che non andava toccato, perché di tutto il romanzo, al di là dell’azione del giallo, io penso che il Petrolchimico sia il protagonista occulto. Alla fine forse il vero cattivo è il Petrolchimico, alla fine è quello che ha ucciso non solo persone ma anche anime di persone, che sono poi i personaggi del romanzo. Per questo, secondo me, era molto importante leggerlo.»

La serata volgeva al termine. Antonino ha stimolato alcuni interessanti interventi da parte del pubblico, in particolare sui rischi dell’eccesso di descrizioni, riferiti proprio alla “discesa agli inferi”. Ho risposto di aver cercato di concretizzare un’idea di Petrolchimico così com’era ai tempi di chi lo aveva visto in funzione e l’unico modo che conoscevo per farlo era quello.

L’ultimo intervento, per me molto toccante, è stato quello di Cecilia. Suo padre ha lavorato per tanti anni al Petrolchimico e 27 anni fa è morto di cancro (il caso vuole che proprio oggi, 11 novembre, ne ricorra l’anniversario). A proposito di coincidenze: Cecilia ha una sorella, Alberta, che avevo a suo tempo arruolato come beta reader di Marea tossica, del tutto ignaro della sua storia familiare.

Più che un intervento quella di Cecilia è stata una preziosa testimonianza che voglio riportare integralmente nei limiti delle mie capacità di trascrizione.

«Negli anni Settanta al Petrolchimico c’era uno stabilimento che si chiamava Montefibre, che prima era Chatillon e prima ancora ACSA. Lo so bene perché mio padre ha costruito l’ACSA e ha poi continuato con la Chatillon e con la Montefibre. Quando verso la fine della carriera non stava nemmeno più nei reparti ma negli uffici, e arrivavano i nuovi ingegneri chiamavano lui perché facesse loro da tutor. “Quello è mio” ripeteva sempre, perché in effetti l’aveva costruito lui quell’impianto, dalla prima all’ultima rondella.

«Negli anni Settanta chi lavorava al Petrolchimico possedeva un orgoglio speciale, perché lo sentiva come una propria creatura. Lo stabilimento era qualcosa di gigantesco, faceva paura ma era ugualmente uno spettacolo bellissimo. Da lontano, se non conoscevi gli effetti di questa o quella sostanza, e all’epoca ancora non si conoscevano, ne ammiravi lo spettacolo fantastico, con gli sbuffi di fumo bianco, la notte nera, le fiamme rosse. Sembrava di stare su un set cinematografico.

«Il sabato la Montefibre organizzava le visite guidate per i parenti delle maestranze. Me lo ricordo bene quando mio padre mi ha portato a vedere gli impianti, mi sono fatta tutto il ciclo della produzione e ricordo il pavimento ricoperto da tutte quelle acquette. All’epoca, tra i Sessanta e i Settanta, io andavo alle elementari, non c’erano gli anti infortunistici di oggi, ognuno aveva le proprie scarpe e le proprie tute. Le tute se le riportava a casa e le lavava in lavatrice insieme ai vestiti del resto della famiglia. Erano impregnate di una puzza che non avete idea.

«Io quella “cosa” da bambina l’ho calpestata, ci ho camminato sopra, mi è rimasta appicciccata alle scarpe entrando dentro alle pozzanghere. Ma non ce ne preoccupavamo, perché all’epoca quelli erano ritenuti impianti modello ed era un vanto per l’azienda condividere con le maestranze questo spirito da grande famiglia all’insegna del “noi facciamo questo”. Il Petrolchimico era una vera e propria città, anzi una città nella città, e con queste visite per parenti, in un certo senso dei privilegiati, si riusciva a vederne almeno una parte.

«“Mio padre faceva la lana”, dicevo sempre quando ero piccola piccola, perché alla Montefibre si producevano i filati in Leacril. Per quello, secondo me, mio padre faceva la lana.»

L’intervento di Cecilia mi ha colpito, e non poteva essere altrimenti. È riuscita a rendere in un colpo solo i concetti di “estetica del Petrolchimico” e di “orgoglio delle maestranze” in un lucido atto d’amore verso il padre e insieme verso lo Stabilimento, nonostante il lutto antico e il dolore non dimenticato.

La serata non poteva che concludersi con le parole di Cecilia che hanno suggellato un altro evento per me irripetibile.

(Nella foto di apertura, da sinistra, Antonino Di Gregorio, io e Francesca Ferrante)