Editorially, semplicità e Markdown per la buona scrittura

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Sto scrivendo questo post con Editorially, un servizio cloud gratuito rivolto ad autori stanchi di combattere con recalcitranti editor wysiwyg, o di scambiare via mail allegati invasi da note colorate ma soprattutto desiderosi di concentrarsi sulla scrittura del proprio testo. E magari di dialogare con semplicità con coloro che contribuiscono a far procedere quel testo verso la sua versione finale. Lo strumento di collaborazione ideale per la redazione distribuita di una rivista web o di un blog multiautore.

Una sintesi di cos’è Editorially nelle parole dei suoi creatori:

A Markdown-based writing environment lets you focus on the words and create clean markup easily; collaboration tools let you invite friends and trusted colleagues to review or edit your work; a document version system lets you mark points in a document’s history and compare versions to see what changed; notes and activity feeds encourage you to reflect on your work, for yourself and for others; and discussion threads recognize that the conversation around a text is just as important as the text itself.

Vale a dire, scrittura basata sul formato Markdown, strumenti collaborativi, sistema di revisioni, commenti e discussioni per “conversare” attorno al testo.

Io odio registrarmi a qualche nuovo servizio online. Oltretutto, quando lo scorso maggio ho scoperto Editorially il servizio non era ancora operativo e si poteva solo chiedere via email di essere invitati quando sarebbe stato attivato (cosa che è poi avvenuta il 16 agosto).

Non mi sono perciò limitato a leggere le specifiche tecniche, ma ho cercato di capire chi ci fosse dietro. Mi è bastato scorgere alcuni nomi e ho deciso all’istante che dovevo provarlo. Già, chi sono dunque quelli di Editorially? Mai sentito parlare di A List Apart? Sì, la famosa rivista online, fondata dal guru Jeffrey Zeldman, che da 15 anni è il punto di riferimento del web design mondiale. Per dirla a modo loro:

A List Apart: for people who make websites

E mai sentito di A Book Apart? La piccola casa editrice fondata giustappunto da Jeffrey Zeldman?

Ebbene, del piccolo team di Editorially fanno parte, tra gli altri:

  • Jason Santa Maria, ex Creative Director di A List Apart, che ha lasciato un anno fa giusto in tempo per contribuire all’ultimo potente restyling, e cofondatore di A Book Apart.
  • Ethan Marcotte, technical editor di A List Apart, padre del Responsive Design nato, si può dire, con il suo famoso articolo pubblicato su A List Apart.
  • Mandy Brown, ex Contributing editor di A List Apart e cofondatrice di A Book Apart.

Insomma, mi è sembrato più che sufficiente per dare a Editorially la mia fiducia incondizionata. Che quei tizi avessero avuto a che fare con A List Apart era una garanzia. Per non parlare del suo spin off: A Book Apart. Lo stato dell’arte dell’editoria digitale. Il mio faro nella notte procellosa, se solo decidessi di mettermi a fare libri…

Tutto ciò spiega allora quest’altra cosa:

Together, the members of the Editorially team have worked as writers, editors, publishers, designers, and engineers; we’ve shipped products, books, and magazines, and enjoy debugging code as much as a good copyedit.

Scrittori, redattori, editori, designer e tecnici. Libri e riviste. Codice di programmazione. Fantastico. Sembra quasi il manifesto di questo mio blog. E tutto ciò per fare cosa?

We’ve distilled our own expertise about writing and editing, along with that of advisors from every walk of the publishing world, into an application that we believe will change the way you write — for the better.

Ecco, un’applicazione che cambierà in meglio il nostro modo di scrivere.

Tutto meraviglioso, ma la caratteristica che mi ha fatto davvero innamorare di Editorially è il formato di redazione del testo (quello cioè che si batte sulla tastiera): il Markdown.

Ecco, l’ho scritto. Per me si va nella selva oscura… Col Markdown entriamo nel tunnel del mio personalissimo rapporto col testo, si scoperchia il vaso di Pandora dei linguaggi di marcatura su cui, non provocatemi, potrei dilungarmi allo sfinimento (vostro). Ma, per ora, ve lo risparmio.

Dunque il Markdown è un markup language, proprio come l’HTML, tanto per capirci. Anzi, è un lightweight markup language, una versione con una sintassi “leggera” e semplice, che una persona può padroneggiare con facilità. Vi rimando all’esempio su Wikipedia che mostra un testo scritto in Markdown, lo stesso testo trasformato in HTML e come viene visualizzato in un browser.

Il Markdown non è l’unico, ci sono molti altri linguaggi di markup “leggero”, spesso legati a doppio filo con i wiki in quanto rappresentano il modo standard con cui si scrivono gli “articoli” dei wiki. Wikipedia ne è l’esempio più noto.

Un’altra manciata di acronimi: reST, textile, MediaWiki.

Qualche esempio di Markdown, tratto dall’help di Editorially:

   # Heading 1
  ## Heading 2
 ### Heading 3

*italic*
**bold**

[linked text](http://site.com)

* Bulleted list item
* Bulleted list item

1. Numbered list item
2. Numbered list item

> blockquote text

A proposito, Editorially non è dotato dei soliti comandi per “formattare” il testo (ad esempio dimensione e tipo di carattere, neretto e corsivo, elenco puntato e così via) o per inserire collegamenti o immagini. Dimenticatevi i menu e le iconcine (di cui anche l’editor più sfigato è dotato). Tocca inserirli a mano. Sì, digitando con la tastiera. Ma è proprio questo il bello, la sua semplicità disarmante. Anche volendo, l’autore non riuscirebbe a complicarsi la vita, cosa che spesso gli riesce molto bene con Word o con Open[Libre]Office.

Lascio a malincuore il Markdown e torno a Editorially. Il suo staff realizza da qualche mese una rivista online davvero ben fatta (sia per la qualità dei contenuti che per la loro leggibilità su ogni dispositivo grazie al responsive design, segno che Marcotte ha fatto il proprio dovere). Ecco a voi STET, che lo staff definisce semplicemente “blog”. Il solito invidiabile understatement anglosassone (noi italiani ne abbiamo da imparare, su questo versante…). Detto con le loro parole:

STET – A Writers’ Journal on Culture & Technology

Una tagline da urlo (però non vale, hanno la lingua dalla loro…), che se potessi me la ruberei. E ancora:

STET’s goal is to demystify writing by drawing attention to how writing works. To that end, STET pairs good writing with notes that explain what makes writing good. Topics on STET range across culture and technology, with special attention paid to the intersections between them.

Buona scrittura e indicazioni su come rendere buona la scrittura; come argomenti cultura e tecnologia, e la loro intersezione.

STET si avvale dei testi di illustri blogger e scrittori, edited and copyedited dallo staff di Editorially (immagino usando Editorially…). Come, ad esempio, l’articolo/racconto The Wrong Plane del californiano Robin Sloan, scrittore e media inventor, autore del romanzo, disponibile anche in italiano, Mr. Penumbra’s 24-Hour Bookstore (Il segreto della libreria sempre aperta). Nota a margine: il poliedrico Sloan ha anche lavorato per qualche tempo a Twitter, scusate se è poco…

Tra gli autori di STET anche quel Craig Mod, scrittore, designer, editore che, tra le altre cose, ha scritto il saggio Hack the Cover (disponibile in italiano, Reinventare la copertina, in formato ebook). Il tipo ha lavorato, per dirne solo una, a Flipboard

Gli articoli di STET non hanno foto, ma sono tutti illustrati da professionisti. L’effetto grafico è eccezionale. L’encomiabile approccio mi ricorda molto da vicino quello del nostrano Scrivo.me di cui ho scritto qui.

Altro dettaglio di classe: il nome del journal, STET. Ve lo faccio spiegare da loro:

The title pays homage to a discussion between writer and editor, in which one or the other marks a change “stet,” meaning “let it stand.” It suggests both discussion and revision, elements which we believe are at the heart of good writing.

Dunque, stet è latino! (Nel gergo tipografico, in Italia si utilizza vive per indicare che una correzione su una bozza viene annullata). Se non è classe questa.

Trovo infine di grande interesse l’affermazione (traduco e rielaboro):

Discussione e revisione sono elementi che noi crediamo siano alla base della buona scrittura

Come non essere d’accordo. La revisione, meglio, le revisioni, sono sempre state cruciali per la produzione di un buon testo. Oggi esistono strumenti informatici che facilitano molto la stesura e il rimaneggiamento di un testo. E l’avvento della rete ha reso possibile la revisione (se non la scrittura) condivisa. Editorially, infatti, lo consente, col suo sistema integrato di revisioni, dove in questo caso il termine ha la duplice valenza autoriale e informatica.

Nella programmazione, cioè nell’attività di codifica del software, il termine revisione identifica infatti la specifica versione di un codice, e di solito i sistemi consentono il raffronto con le versioni precedenti, la fusione di versioni differenti scritte magari da persone diverse, l’annullamento delle modifiche intervenute su un testo a favore di una versione più vecchia, e così via. Sistemi come Subversion, Mercurial, Git sono gli strumenti quotidiani degli sviluppatori che “plasmano” il web e Internet. Insostituibili.

Editorially in questo momento esporta in sette formati:

  • HTML
  • Markdown (.md)
  • Plain text (.txt)
  • LaTeX (.tex)
  • Rich text (.rtf)
  • MS Word (.docx)
  • ebook (.epub)

(Si noti la disponibilità del LaTeX, un formato per addetti ai lavori che amo molto…)

Un’ultima considerazione sulle funzionalità di discussione attorno al testo offerte da Editorially. Un tempo le discussioni si limitavano alle sedute con il proprio editor, o a scambi epistolari. Oggi lo strumento consente la discussione in tempo reale e a margine del testo. Provare per credere. Certo, se si scrive in solitudine sul proprio blog la funzione è meno interessante, ma nel caso di testi complessi e meditati, le annotazioni a margine possono tornare comunque molto utili.

Ma, alla fine, perché io sto usando Editorially (a parte il fatto che fa molto geek…)? Per la semplicità e la pulizia dello strumento che facilita la concentrazione quando si scrive. E, si sa, più uno è concentrato e più sono le possibilità di produrre un buon testo. Che è l’obiettivo finale di chi scrive.

(E’ vero, WordPress è dotato di una semisconosciuta modalità cosiddetta distraction free – basta cliccare l’apposita icona disponibile nella barra dell’editor. Molto interessante. Ma, vuoi mettere a scrivere in Markdown? lo so, c’è pure un plugin di WordPress che ti consente di scrivere in Markdown, ma non è la stessa cosa…)