Petrolchimico: 15 anni fa la scandalosa sentenza

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    Sono trascorsi esattamente tre lustri dalla conclusione del “grande processo Petrolchimico” che mise sotto accusa il gotha della chimica italiana a causa delle centinaia di morti per tumore degli operai di Porto Marghera che lavoravano agli impianti CVM-PVC.

    Era infatti il pomeriggio del 2 novembre 2001 quando nell’aula bunker di Mestre, che aveva ospitato un processo durato tre anni, un giudice leggeva la scandalosa sentenza di assoluzione per tutti gli imputati, inclusi i vertici della (ex) Montedison. I 157 morti (quelli accertati, perché probabilmente furono molti di più) restavano senza giustizia. Il Paese insorse contro una sentenza che andava contro ogni logica, contro lo sterminato numero di prove raccolte durante la lunga inchiesta internazionale condotta dal piemme Felice Casson e le relative evidenze scritte in un milione e mezzo di pagine di fascicolo processuale. Non poteva finire così, e, per fortuna, così non finì.

    Tre anni dopo, infatti, il 15 dicembre 2004, il presidente della Corte d’Appello di Venezia avrebbe letto la sentenza che ribaltava il primo grado. Colpevoli. Ma non per strage, omicidio e lesioni plurime colpose, no, soltanto per una singola morte. Tutto il resto, come troppo spesso accade in Italia, prescritto.

    Una vittoria amara, che sarebbe giunta ormai tardi. Ma, almeno, avrebbe ristabilito un principio base di giustizia nei confronti di operai morti sul lavoro a causa dell’indegno operato delle multinazionali della chimica che avevano perseguito i propri interessi economici calpestando ogni più basilare diritto dei lavoratori.

    Per non dimenticare.