“Venezia è laguna”, un pamphlet contro le grandi navi

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    L’ho scoperto per caso, lo straordinario racconto di Roberto Ferrucci, perché in calce alla recensione che Gabriele Ottaviani ha fatto di Acqua morta sul suo blog Convenzionali c’era il link “Articoli collegati – Venezia è laguna”. Ho cliccato e mi sono imbattuto nella recensione di Venezia è laguna, per l’appunto, libro uscito pochi giorni prima per la collana digitale Zoom di Feltrinelli. Recensione che, lo confesso, non ho nemmeno letto, perché l’ebook di Ferrucci – Roberto Ferrucci – Taccuino di uno scrittore è il suo sito – l’ho preso a scatola chiusa, e non me ne sono pentito.

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    L’eloquente copertina dell’ebook “Venezia è laguna”, Feltrinelli Zoom 2015, di Roberto Ferrucci.

    Si tratta di uno strano racconto lungo, a mezza via tra il memoir, il saggio e il libello, un vero e proprio pamphlet di resistenza civile che affronta da un’angolazione tutta personale il problema del transito delle grandi navi attraverso la laguna e la città stessa, problema che a volte pare stia a cuore più all’estero che in Italia. Non è un caso che, proprio mentre sto scrivendo, la famosa rivista online americana Slate affronti la questione con un’intervista al grande fotografo italiano Gianni Berengo Gardin dall’eloquente titolo Are These Giant Cruise Ships Destroying Venice?. L’occasione è data dalla mostra “Venezia e le Grandi Navi”, a cura del FAI – Fondo Ambiente Italiano e in collaborazione con Fondazione Forma per la Fotografia e Contrasto, in corso presso il Negozio Olivetti di piazza San Marco. La cosa interessante è che la mostra, inaugurata il 22 ottobre (e aperta fino al 6 gennaio), doveva essere ospitata a Palazzo Ducale, ma il neoeletto sindaco Luigi Brugnaro l’aveva osteggiata con la motivazione che, scrive Ferrucci nella “nota dell’autore”, “avrebbe dato una brutta immagine della città”.

    Ma torniamo al racconto. Spiega l’autore sul suo blog di aver rimesso mano a un vecchio testo, di aver “preso a prestito alcune pagine” del suo romanzo Sentimenti sovversivi (Isbn edizioni, 2011), sia perché, com’è purtroppo noto, l’editore Isbn è fallito e il libro cartaceo è sparito dalla circolazione, sia perché Ferrucci sul “tema delle grandi navi a Venezia” scrive “dalla fine degli anni novanta, quando ancora pochi, pochissimi, iniziavano a rendersi conto di quello che oggi è un immenso problema e che già allora, con un po’ di attenzione, si poteva intravedere, prevedere.”

    Venezia non è una città di mare, Venezia è laguna. […] È questo il paradosso enorme di quell’assurdo dibattito su grandi navi sì, grandi navi no.

    Ecco dunque spiegato quello strano titolo, la cui costruzione sintattica, a una prima lettura, suona anomala. Quasi un refuso. E invece no:

    La laguna non è mare.

    Appunto. Semplice. Evidente. Lapalissiano. Ma, a quanto pare, non abbastanza, se “quell’assurdo dibattito” che non avrebbe ragione d’essere continua a tenere banco. Provate a fare una ricerca su Internet, e troverete migliaia di pagine pro e contro. Il fatto è che i pro arrivano quasi sempre da chi deterrebbe il potere per mettere fine allo sconcio, ma non lo fa. Ferrucci abbozza un’ipotesi e lancia un appello accorato:

    E forse oggi Venezia è in mano a qualcuno che la vuole trasformare in un grande contenitore commerciale, di consumo. […] Solo se si ritornerà a pensarla e a rispettarla come città di laguna, accettando la sua preziosa e unica fragilità, Venezia potrà continuare a essere la città più bella e amata al mondo.

    Nel racconto l’alter ego dell’autore siede al tavolino di un bar in riva Sette Martiri e annota in un taccuino il transito – fino a 15 passaggi al giorno in alta stagione – delle grandi navi, “mostri” che, constata con amarezza, “lo cancellano, il paesaggio”. Ecco il cuore della sua testimonianza:

    Le polveri sottili che una grande nave rilascia nell’aria sono l’equivalente di quattordicimila automobili circolanti in un giorno. Un ecomostro in movimento che avanza lento verso il bacino di San Marco. […] Centomila tonnellate d’acciaio che solcano le gracili acque della laguna, milioni di chili che fanno sussultare le pietre di Venezia […] ma lasciano apparentemente intatta l’acqua attorno a loro. […] Salvo che poi, eccolo, qualche minuto dopo, l’effetto risucchio e pistone […] senti all’improvviso la terra sotto ai tuoi piedi agitarsi come fosse preda di una mareggiata […] devastanti sul lungo periodo per le rive e le fondamenta di Venezia.

    Ferrucci non è l’unico a descrivere il fenomeno del suolo che trema dopo il passaggio dei mostri. Ne parla anche una vecchia signora in un imperdibile film documentario del 2012 da poco uscito in DVD, Teorema Venezia, dell’altoatesino Andreas Pichler. Ne scriverò prossimamente. [Update 22/01/2016 Come promesso: Teorema Venezia, il doloroso documentario della rassegnazione]

    Scrive ancora il nostro:

    Furoreggiano indisturbate […] in bacino San Marco prima, e in canale della Giudecca poi, quando addirittura non attraccano, spropositate, in riva dei Sette Martiri […], vengono a frapporsi fra me e il panorama più bello del mondo.

    Non scrive soltanto di Venezia, ma anche di quando, durante i suoi frequenti soggiorni a Saint-Nazaire, sulla costa atlantica della Francia, osserva attento la costruzione, nei grandi cantieri navali della città, dei transatlantici – paquebot, come li chiamano i francesi – uno dei quali rivede qualche tempo dopo proprio a Venezia. È l’episodio centrale del racconto.

    Li fotografo di continuo, i paquebot. Come ho fatto un giorno di fine luglio del 2013. Ero al solito bar in riva dei Sette Martiri, dove da anni vado a leggere, a scrivere, soprattutto d’estate. […] E così, quella mattina di fine luglio, il passaggio della Carnival Sunshine, così a ridosso della riva, non poteva non farmi sobbalzare.

    Ferrucci scatta al volo delle foto e gira un video.

    Quelle foto e quel video hanno fatto in poche ore il giro del mondo. Diffuse dall’assessore all’Ambiente di Venezia, lo scrittore Gianfranco Bettin, a cui le avevo subito inviate…

    Io me li ricordo bene quel video e quelle foto. Per due giorni monopolizzarono l’attenzione dei media. Il mondo si indignò. Per un istante parve che il buon senso avesse finalmente la meglio. Vale la pena di leggere come l’ha vissuta Ferrucci nel suo post Uno struscio, più che un inchino del 27 luglio 2013 e nell’articolo Il giorno dopo, pubblicato sul Corriere del Veneto del 28.

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    La foto scattata da Roberto Ferrucci il 27 luglio 2013 che documenta la pericolosa manovra della Carnival Sunshine.

    È invece successo che il nostro si è guadagnato una denuncia da parte del “comitato Cruise Venice – che appoggia il passaggio delle grandi navi in laguna e che ha direttamente a che fare con il business che ne consegue – di attentato alla navigazione, di procurato allarme, di simulazione di reato.” A fare il proprio dovere di cittadino c’è sempre da rimetterci in questo Paese anestetizzato. Peccato che “un paio di mesi dopo il comandante […] ha ammesso di aver fatto una manovra più azzardata del solito…”.

    La cosa buffa è che nella foga di screditare il pericoloso cittadino delatore, gli accusatori “hanno assoldato dei detective affinché indagassero” su di lui, col risultato che hanno accertato un suo “losco avvistamento in quel bar il giorno prima e il giorno dopo. Un lavoro sopraffino, quello dei detective, inconsapevoli siano migliaia i testimoni […] a sapere che” lui quel bar lo frequenta da oltre dieci anni.

    Il 15 giugno 2015 Luigi Brugnaro viene eletto sindaco di Venezia. Per Ferrucci è uno shock che solo la lettura dell’epilogo del racconto può rendere. Un assaggio:

    So perfettamente che a Venezia, nei prossimi cinque anni, la realtà sarà del tutto immutabile. Saranno peggio di un incubo […] per me, per molti, i prossimi cinque anni a Venezia.

    Ce n’è abbastanza per spiegare quel mio istintivo sentimento di affinità verso il racconto di Roberto Ferrucci. Se proprio non bastasse, c’è sempre quella “strana” abitudine dell’autore di scrivere al “solito bar” di riva Sette Martiri. Come i miei venticinque lettori sanno (sempre che siano arrivati fino alla pagina dei ringraziamenti o fossero presenti alla presentazione del libro), Acqua morta l’ho scritto al tavolino del mio “solito bar”. Che non sta a Venezia, ma il mare Adriatico che si stende di là della vetrata è lo stesso…